Una guerra senza fine! Secondo gli esperti dei conflitti internazionali, una guerra aperta può considerarsi realmente conclusa solo quando ne viene dichiarata ufficialmente la fine. In Congo, questa dichiarazione non è mai arrivata. Dopo quasi trent’anni di conflitti, la guerra è diventata, per molti, una drammatica normalità.

Durante i periodi di tregua, i ragazzi tornano a scuola e alcune attività economiche e sociali riprendono. La popolazione, infatti, deve continuare a vivere nonostante l’insicurezza e la violenza.

Il conflitto si apre ufficialmente nel 1996 con la guerra di liberazione guidata dall’AFDL (Alliance des Forces Démocratiques pour la Libération du Congo), con Laurent-Désiré Kabila alla guida. La ribellione viene sostenuta anche da Paesi confinanti come Uganda, Rwanda e Burundi.

Nel 1998 scoppia una nuova ribellione contro Laurent-Désiré Kabila: la guerra del RCD (Rassemblement Congolais pour la Démocratie), affiancato dal MLC (Mouvement de Libération du Congo) di Jean-Pierre Bemba. Tra il 2006 e il 2009 si sviluppa la ribellione del CNDP, guidata da Laurent Nkunda. Nel 2012 compare il movimento M23 (Mouvement du 23 mars).

Oltre ai principali movimenti ribelli — AFDL, RCD, CNDP, M23, ADF e CODECO — nel Paese operano numerosi altri gruppi armati, soprattutto nelle aree orientali. Il controllo del territorio da parte delle istituzioni statali rimane fragile in molte zone. Per la popolazione, questo significa vivere quotidianamente nell’incertezza, con la sicurezza personale e quella delle famiglie continuamente minacciate.

Una popolazione impoverita dalla guerra

Accanto alla resilienza, nella popolazione si è diffuso anche un senso di rassegnazione. Per molte persone è diventato difficile immaginare un ritorno alla normalità. Ognuno cerca semplicemente di fare il possibile per mandare avanti la propria famiglia.

La povertà era già molto diffusa prima dell’intensificarsi dei conflitti. Gli stipendi di molti lavoratori erano estremamente bassi: un insegnante, ad esempio, poteva guadagnare circa 100 dollari al mese, mentre le retribuzioni dei rappresentanti politici risultavano enormemente superiori. Questa forte disparità alimenta il senso di ingiustizia e di abbandono avvertito dalla popolazione.

La disoccupazione è elevata e le opportunità di lavoro sono scarse. In questo contesto, molte donne si rimboccano le maniche e avviano piccoli commerci o attività di sussistenza per contribuire al mantenimento delle proprie famiglie.

Per sostenere queste iniziative abbiamo cercato di organizzare le donne in gruppi chiamati AVEC (Association Villageoise d’Épargne et de Crédit), attraverso i quali possono accedere, secondo le possibilità disponibili, a piccoli finanziamenti. Alcune scelgono il piccolo commercio, altre l’agricoltura, altre ancora l’allevamento di animali di piccola taglia, come conigli, polli e maiali. Sono attività semplici, ma rappresentano per molte famiglie una possibilità concreta di sopravvivenza e di autonomia economica.

La missione in una terra di conflitto

La missione è diventata sempre più pericolosa in diverse aree del Congo e, in particolare, nella parte orientale del Paese, dove il controllo del territorio è conteso tra le forze governative e i gruppi armati.

La mia esperienza personale ne è una testimonianza diretta. Sono professore presso il Seminario Interdiocesano di Teologia Saint Pie X di Murhesa, nell’area dell’Arcidiocesi di Bukavu, in una regione segnata dalla presenza del movimento M23. La mia diocesi, quella di Uvira, è invece divisa tra zone controllate dai ribelli e territori sotto il controllo del Governo. Spostarsi da una parte all’altra non è facile e può diventare estremamente rischioso. Anche il Seminario si trova in una situazione delicata, circondato dalla presenza di gruppi contrapposti, tra cui M23 e Wazalendo. In questo contesto non è sempre possibile esprimere liberamente la propria opinione sulla situazione politica e militare. Dobbiamo mostrare forza, prima di tutto per noi stessi, ma soprattutto per i giovani seminaristi che vivono e studiano in una realtà segnata dalla paura e, talvolta, dal rumore delle bombe.

I bambini, le prime vittime

In questo contesto, i bambini sono tra le vittime più vulnerabili della guerra. La violenza interrompe la loro istruzione, separa le famiglie, aumenta la povertà e costringe molti di loro a crescere troppo presto.

Per un bambino, andare a scuola dovrebbe essere un diritto e una normalità. Invece, nelle zone di conflitto, anche la possibilità di frequentare le lezioni può dipendere dalla presenza o meno di combattimenti e dagli spostamenti dei gruppi armati. La povertà rende la situazione ancora più difficile. Orfani, ragazze madri e bambini provenienti da famiglie particolarmente fragili rischiano di rimanere esclusi dall’istruzione. È proprio per loro che abbiamo deciso di concentrare una parte importante del nostro impegno.

I nostri progetti

Attraverso l’associazione italiana Mapendo Uvira ODV, della quale sono socio e cofondatore, e in partenariato con l’Association Chaîne de Membre, con sede legale a Uvira, abbiamo avviato diversi progetti a sostegno dei bambini, dei giovani e delle famiglie più vulnerabili:

  • Adozione a distanza: Chiamiamo “adozione a distanza” il sostegno alla scolarizzazione di bambini che vivono in condizioni di particolare difficoltà: orfani, ragazze madri e altri minori provenienti da famiglie in situazione di estrema povertà. Con 120 euro all’anno cerchiamo di garantire ciò che serve per la frequenza scolastica: quaderni, uniforme, tasse scolastiche e altre necessità. Non sempre è facile coprire tutte le spese, ma anche un piccolo aiuto può permettere a un bambino di continuare a studiare.
  • Progetto Excellentia: Tra i nostri ragazzi ci sono giovani che terminano la scuola secondaria con risultati eccellenti, arrivando anche alla maturità con la lode. Non ce la sentiamo di lasciarli soli proprio nel momento in cui potrebbero costruire il loro futuro. Per questo abbiamo avviato il progetto Excellentia, attraverso il quale accompagniamo alcuni di questi studenti nel percorso universitario, anche grazie al sostegno del 5 per mille. Con circa 550 euro all’anno è possibile contribuire agli studi universitari di un giovane e offrirgli la possibilità di costruire una professione e un futuro diverso.
  • Restauro delle scuole: I nostri bambini frequentano sia scuole pubbliche sia scuole private. In molte strutture le condizioni sono però estremamente difficili: mancano banchi, pavimenti adeguati, servizi igienici e altri strumenti essenziali per l’attività didattica. Abbiamo già restaurato completamente la scuola di Nyamianda e fornito banchi per tutte le aule. Investire nella scuola significa investire nel futuro dei bambini e, attraverso loro, nel futuro del Paese.
  • Progetto Sartoria: Un altro progetto è rivolto alle ragazze madri. Abbiamo organizzato corsi di formazione professionale nel settore della sartoria e messo a disposizione macchine da cucire. L’obiettivo non è soltanto insegnare un mestiere, ma offrire alle ragazze la possibilità di diventare economicamente autonome e di provvedere ai propri figli. Con 170 euro è possibile donare una macchina da cucire completa degli accessori necessari.
  • Progetto “Adotta un seminarista”: Sono stato nominato Vicario Episcopale incaricato della formazione e dell’accompagnamento dei futuri sacerdoti. Dall’anno scorso ho potuto seguire più da vicino la vita dei seminaristi e ho scoperto numerose difficoltà legate alla loro formazione. Le spese di viaggio per raggiungere il Seminario e tornare a casa, così come alcune cure mediche specialistiche che in precedenza erano sostenute dalla Diocesi, sono ora spesso a carico delle famiglie. Ma molte di queste famiglie sono già duramente provate dalla guerra, dalla povertà e dalla disoccupazione. Per questo abbiamo pensato al progetto “Adotta un seminarista”. Con 200 euro è possibile contribuire alle spese necessarie per permettere a un candidato al sacerdozio di proseguire il proprio cammino vocazionale.

Non lasciare che la guerra decida il futuro dei bambini

La guerra in Congo non ha soltanto un volto militare. Ha il volto dei bambini che non possono andare a scuola, delle famiglie costrette a fuggire, delle madri che cercano ogni giorno un modo per nutrire i propri figli e dei giovani che rischiano di vedere spegnersi le proprie speranze.

Per questo, anche in mezzo alla violenza, continuiamo a credere che la scuola, la formazione professionale, l’università e il sostegno alle famiglie siano strumenti concreti di pace.

La guerra può distruggere case e scuole. Può costringere le persone a fuggire. Ma non dovrebbe riuscire a distruggere il futuro di una generazione.

È per questo che continuiamo a lavorare accanto ai bambini, ai giovani e alle famiglie del Congo.

Don Tacite MULONDA ITULAMYA
E-mail: mulondaitulamya@yahoo.fr
Cell. +393512425438